The Children of Men, film distopico dalla regia magistrale

Tutto parte da P. D. James, scrittrice britannica nata nel 1920 e morta nel 2014, nota in tutto il mondo principalmente per i suoi romanzi gialli (specie quelli con protagonista il detective Adam Dalgliesh). Ma fra un delitto e l’altro, nel 1992 dà alle stampe The Children of Men (edito in Italia da Mondadori nel ’99 come I figli degli uomini), romanzo distopico che immagina un’Inghilterra del futuro colpita da un’insanabile piaga di infertilità.

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Quattordici anni dopo, Alfonso Cuarón (Gravity, Harry Potter e il prigioniero di Azkaban), insieme a una squadra di sceneggiatori (Sexton, Arat, Fergus e Ostby), ne trae uno screenplay che egli stesso dirige, chiamando Clive Owen al ruolo di protagonista.

Trama e ambientazione

Screenshot image1 Children of Men 2006

Siamo nel Regno Unito, nel 2027. Da 18 anni l’umanità è colpita da un’infertilità incurabile, e come se non bastasse l’intero pianeta è scosso dall’uccisione di Baby Diego, l’ultima persona a essere nata sulla Terra (e conseguentemente l’umano più giovane in circolazione). Il nostro protagonista è Theo, che vive le sue giornate attendendo l’inevitabile fine del genere umano insieme all’amico Jasper.

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La sua triste routine è interrotta da Julian, ex moglie dello stesso Theo e ora leader del gruppo noto come Pesci, impegnato nella difesa degli immigrati – un altro dei temi sociali toccati da I Figli degli Uomini. Julian rapisce Theo e gli chiede di ottenere un passaporto per la giovane Kee, che ufficialmente è un’immigrata irregolare.

children of men duo

Quando Theo ottiene il passaporto, il gruppo inizia un viaggio avventuroso verso la nave Domani, che porterà Kee in salvo. Julian muore durante uno scontro, così Theo si trova a continuare da solo con Kee.

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A questo punto l’eccezionalità della situazione salta agli occhi dello spettatore e del protagonista: Kee è incinta, forse l’unica donna al mondo che possa avere figli e quindi un potente simbolo di speranza per l’Umanità. E come tutti i simboli, diventa oggi di una contesa politica e armata. E il suo viaggio diventa inevitabilmente una metafora.

La regia

I Figli degli Uomini è la penultima delle sette pellicole di Cuarón, che le presenta al mondo con un successo sempre crescente: dalle prime due tuttora poco note (Uno per tutte e A Little Princess) approda all’adattamento di Grandi speranze di Dickens con Helena Bonham Carter e Ralph Fiennes, e poi alla fama datagli da Y tu mamá también.

alfonso cuaron Alfonso Cuarón

Da qui è chiamato a dirigere il terzo episodio di Harry Potter (Il prigioniero di Azkaban) e due anni dopo si dedicherà proprio a I Figli degli Uomini, prima del successo di Gravity del 2013 (sette Oscar, un Golden Globe e decine di altri premi per l’acclamata pellicola con George Clooney e Sandra Bullock).

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In I Figli degli Uomini il segno del regista si fa sempre più forte e caratteristico, andando a riprendere esperimenti dei film precedenti e quasi preannunciando il celebre confusionario vorticare di Gravity. I Figli degli Uomini è infatti praticamente un collage di vari, complessi piani-sequenza mozzafiato, in cui la telecamera non stacca mai il suo occhio dalla scena e lo spettatore segue ogni azione come se non sbattesse neanche gli occhi.

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Più è movimentata e adrenalinica la scena, meno sono gli stacchi fra le inquadrature: da sei minuti di ripresa ininterrotta è infatti composta la sequenza del rapimento di Theo da parte dei Pesci. Ovviamente non tutti i piani-sequenza sono autentici: i più complessi sono in realtà formati da due o più riprese incollate tramite il montaggio (aiutato dalla CGI). Qualche purista storcerà il naso, ma l’importante è l’effetto sullo spettatore: e quello, indiscutibilmente, c’è.

Attori

Il film, incentrato sul viaggio di Theo, è prevalentemente retto dalla straordinaria prova di Clive Owen, che sa mostrarci l’evoluzione del protagonista dall’uomo alla deriva delle prime scene all’eroico salvatore del finale.

Children of Men Stairwell

Inizialmente indifferente a tutto, la testa inclinata a osservare distrattamente la realtà, gli può strappare un sorriso solo l’amico Jasper e il suo gatto. Sconvolgente il passaggio dalla spensieratezza al dramma nella scena dell’assalto alla macchina: il radicale cambio di espressione in poche frazioni di secondo è un sostegno eccellente per la scrittura e la regia di quei concitati minuti.

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Altro momento topico è quello della rivelazione di Kee, in cui lo sconvolgimento sul volto di Theo non è caricaturale, ma sincero, realistico e coinvolgente. Infine, non possiamo non menzionare il sorriso che a fatica si fa strada sul volto di Owen nella scena finale. Lasciamo a voi il gusto di guardare il film e capire che cosa diavolo ha da sorridere, nel mondo oscuro e violento dipinto da questo film.

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Gli altri interpreti finiscono – purtroppo per loro – per rimanere in secondo piano. Persino Clare-Hope Ashitey, la “miracolata” Kee, pur condividendo lo stesso minutaggio di Theo difficilmente riesce a rubare lo schermo. Ci riesce benissimo, comunque, negli ultimi venti minuti, così come nella scena della confessione di cui abbiamo già parlato.

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Stesso dicasi per (sempre bravissima) Julianne Moore, la cui presenza su schermo è decisamente ridotta e quindi difficilmente giudicabile rispetto ad altri comprimari che le sopravvivono. Danny Houston, invece, ci porta un Nigel estraniato dal mondo reale, ossessionato dalla ricerca dell’arte da salvare, chiuso nella sua torre d’avorio da cui sembra a malapena cosciente del destino cui sta andando incontro il resto del mondo.

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